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Genitori di adolescenti in difficolta’: cosa fare?

Il passaggio dall’essere figli all’essere genitori è uno dei momenti più belli ma anche più complessi della vita. Infatti, oltre al crescente senso di responsabilità, lo stress, il senso di inadeguatezza, possono riemergere conflitti repressi riguardanti il rapporto con i propri genitori e così angosce profonde possono tornare alla luce portando con loro ferite ancora aperte. Allora diciamo che tutto ciò che ancora non è stato elaborato bene può influenzare il rapporto con i propri figli, ma evidenziamo anche che qualcosa di irrisolto dentro di noi può sempre esserci e che nonostante vogliamo bene ai nostri figli gli “errori” fanno parte di tutte le relazioni. Anche il rapporto genitori-figli, quindi è fatto di elementi positivi e negativi. Così, ad esempio, una donna che ha avuto una madre anaffettiva potrebbe cercare di essere una madre perfetta tentando di soddisfare tutti i bisogni del proprio bambino incorrendo, però nel rischio di non supportarlo sufficientemente nei propri bisogni di autonomia. Il genitore tipo “penso a tutto io” non aiuta il ragazzo a sviluppare un senso di autoefficacia o, detto in parole povere, la capacità di camminare con le proprie gambe.

Premesso quindi che la relazione genitori-figli è imperfetta e che alcune problematiche profonde possono influenzare la personalità dei nostri figli, andiamo a vedere cosa succede quando in adolescenza un ragazzo appare in difficoltà.

Come detto altrove, in adolescenza la personalità è in trasformazione e gradualmente si stabilizza il funzionamento psichico dell’individuo mostrando il livello evolutivo raggiunto ed il sistema difensivo articolato. Questo periodo può essere caratterizzato da tensioni elevate dovute alla ridefinizione di Sè, possono riemergere problematiche profonde la cui risoluzione comporta la possibilità di sperimentare nuovi legami, di confrontarsi con l’altro sesso e con il gruppo di pari. I cambiamenti a cui il ragazzo è sottoposto devono necessariamente integrarsi in una nuova unità psichica alla cui base giacciono i modelli relazionali precedentemente acquisiti. La continua trasformazione cui il ragazzo è sottoposto può comportare un malessere psicologico che può manifestarsi sotto forma di oscillazioni dell’umore, rabbia, passaggi all’atto e via dicendo. Il limite tra “normale” e “patologico” può risultare molto labile data la criticità del momento, ma alcuni “campanelli d’allarme” possono aiutarci a capire se potrebbe essere efficace un “aiuto esterno”. Un ragazzo ad esempio che ha un calo improvviso del rendimento scolastico, manifesta difficoltà di attenzione e concentrazione, appare svogliato, si chiude in sé stesso, presenta difficoltà ad interagire con gli altri, passa il suo tempo prevalentemente da solo potrebbe aver bisogno di un aiuto psicologico. Inoltre nelle prime fasi di un disagio psicologico i ragazzi possono apparire, demotivati, possono sembrare disinteressati a tutto o non avere obiettivi da raggiungere o non provare piacere nel fare le cose; manifestano, spesso, segni di tristezza o frequenti oscillazioni dell’umore con impulsività, irritabilità, aggressività. A volte possono manifestare una forte ansia tanto da presentare disturbi del sonno. Un ulteriore segno di malessere può essere la sospettosità o l’eccessivo interesse per tematiche astratte in assenza di capacità concrete. In queste fasi possiamo notare, inoltre, eccessive preoccupazioni somatiche o idee persistenti di essere malati. Non meno importante è l’uso/abuso di sostanze il cui effetto potrebbe “slatentizzare” un eventuale disagio sottostante.

Quello che qui mi preme sottolineare, però, non è tanto come individuare un ragazzo in difficoltà ma le reazioni emotive e comportamentali dei genitori che possono o meno ridurre il rischio di patologia nei figli.

Cosa prova e cosa può fare un genitore quando nota delle “stranezze” nel proprio figlio?

Una reazione comune, soprattutto inizialmente quando ancora il problema è latente, è la negazione del problema. Reazione dettata spesso dall’idea inconscia che se il ragazzo presenta delle difficoltà vuol dire che il genitore è stato un cattivo genitore. Tale equazione è del tutto errata perché le difficoltà emotive emergono da una molteplicità di fattori e quindi la sola relazione non è la causa del problema (leggere anche “le cause dei disagi psicologici”).

Oltre alla negazione spesso possiamo trovare un senso di colpa eccessivo, una sorta di reazione depressiva che incrementa il malessere di tutto il sistema familiare. In tal caso spesso il genitore potrebbe non credere sufficientemente nelle proprie capacità genitoriali rimandando al ragazzo un senso di instabilità che aumenta il suo  senso disorientamento  ed il malessere del genitore. Talvolta i genitori possono entrare così tanto in ansia da chiedere ai propri figli di essere rassicurati sulla loro “sanità” tanto da portarli a nascondere i propri problemi per non essere di peso.

Un’altra reazione comune è quella di cercare a tutti i costi un  colpevole che potrebbe essere l’altro genitore o addirittura il ragazzo, reazione che determina spesso degli attacchi all’altro ed un clima di emotività familiare che incrementa il rischio di patologia.

Quando un genitore si accorge che il figlio sta attraversando un momento critico può, inoltre, sentire il riemergere di tematiche profonde riguardanti il rapporto con i propri genitori che riapre  delle ferite ancora dolorose. Così il genitore che voleva essere migliore del proprio che era stato “cattivo con lui” potrebbe avere l’impressione di rivivere la storia una seconda volta, solo che questa volta gli sembra di essere sia “il genitore cattivo” sia il ragazzo ferito. Tutto questo può generare in lui un malessere molto intenso.

In sintesi, di fronte ad un ragazzo in difficoltà un genitore può stare davvero male e questo sicuramente non aiuta.

Cosa fare? Innanzitutto è bene sapere cosa non fare.

Come detto sopra è bene evitare le negazione del problema o il mettere in atto comportamenti quasi autolesivi per riparare un danno che si pensa di aver cagionato al ragazzo e che si immagina irreparabile. Spesso, infatti, i genitori tentano a tutti i costi di soddisfare i bisogni del ragazzo perché si sentono in colpa, ma questo non aiuta il giovane a sviluppare un sano senso di autonomia. Molto meglio è un atteggiamento normativo ma flessibile e soprattutto empatico.

In secondo luogo è bene evitare reazioni aggressive o il cercare un colpevole a tutti i costi, tutto questo non fa che incrementare l’angoscia presente in tutto il sistema familiare. Importante è anche evitare di vivere la rabbia del ragazzo come una sorta di abbandono o di rottura della relazione, o pensare di non essere abbastanza importanti per lui. Ricordiamo che in adolescenza una quota di oppositività è un segno di individuazione e che non sempre la rabbia è patologica.

Una reazione molto diffusa, soprattutto di fronte a ragazzi impulsivi o ribelli, è quella di creare una sorta di ricatto morale che si palesa attraverso il silenzio o togliendo la parola al giovane. Di fronte a questo l’adolescente può pensare che ha solo due strade: o aderire al modello genitoriale, oppure rompere la relazione. Durante la fase adolescenziale il giovane ha bisogno di sentire che può sperimentare un nuovo modello comportamentale tornando però nel suo “porto sicuro” in caso di difficoltà, se tale sicurezza viene negata il ragazzo può sentirsi fortemente disorientato e sperimentare un profondo malessere.

Infine è bene non aggredire nessuno cercando a tutti i costi un colpevole, se ci pensiamo bene la vita è fatta così: se ci viene la polmonite forse è perché abbiamo preso freddo e non ci siamo coperti bene o siamo stati contagiati ma non per questo ci autoaccusiamo in continuazione.

Quando notiamo che un figlio presenta un momento di difficoltà innanzitutto è bene pensare che nulla è perduto: in adolescenza l’intervento può modificare in maniera sostanziale la situazione. E’ bene motivare il ragazzo alla cura evitando di fargli vivere la cosa come un fallimento, ma piuttosto sottolineando che nella vita spesso ci sono dei momenti difficili, che si possono superare. Cercare di dargli risposte empatiche che gli fanno sentire la nostra vicinanza evitando la svalutazione. Quando ci sentiamo sopraffatti, ovvero quando sentiamo che dentro di noi ci sono un mare di emozioni che non riusciamo a decifrare bene che oscilliamo tra rabbia e sensi di colpa, che ci sono liti violente in famiglia, forse è il caso di chiedere una consulenza psicologica. Questo ricordando che non si può essere un individuo perfetto, un genitore perfetto, un marito o una moglie perfetta e che tale imperfezione non è altro che l’essenza della vita.

Quei terribili sensi di colpa

Un po’ tutti noi durante la nostra vita abbiamo sperimentato un senso di autoaccusa, un attacco contro sé stessi che ci ha portato ad aderire a richieste altrui o a riparare” un danno” attraverso comportamenti inducenti uno sforzo (una sorta di pagamento del dovuto). Evidenziamo innanzitutto che il senso di colpa non è qualcosa di patologico, anzi, spesso chi non prova mai questo malessere, anche di fronte ad azioni negative compiute, presenta delle problematiche della personalità ben più importanti!! Pensiamo a tutte quelle persone che fanno del male agli altri pensando che in fondo lo meritavano, o a tutti quelli che vedono sempre gli altri colpevoli di qualcosa e che non sono mai in contatto con le proprie emozioni . Il senso di colpa diciamo così è “l’erede” dell’attaccamento che abbiamo provato verso in nostri genitori che introduce dentro di noi una sorta di regolamento da rispettare. E’ come se dentro ci fosse un senso del giusto e dello sbagliato la cui violazione determina il senso di colpa. In alcune personalità, però, questo senso di colpa diventa eccessivo fino ad indurre il soggetto a compiere azioni quasi autolesive (scegliere un compagno che le svaluta, lavorare più del dovuto, lasciarsi sfruttare dagli altri ecc). Il primo elemento importante di queste personalità è il senso di perdita che gli procura costantemente angoscia e tristezza vitale. E’ una perenne malinconia, che le porta a ricercare continuamente oggetti a cui legarsi, malinconia che avrebbe alla base un’assenza di relazioni affettive sicure sperimentate nel corso della vita che a sua volta produrrebbe la tendenza a mantenere rapporti di dipendenza dagli altri. E’ come un po’ tentare di riempire un vuoto attraverso altre relazioni. Alcune di queste persone come reazione tendono invece ad allontanarsi dai legami per paura di sperimentare di nuovo quel senso di perdita, ma anche se sembrano lontane, distanti e fredde hanno un profondissimo bisogno dell’altro. Questo senso di perdita porta spesso queste personalità ad elaborare immagini interne idealizzate che determinano un costante senso di sconfitta e fallimento. Una sorta di ideale da raggiungere che le fa sentire sempre incomplete perché non potranno mai raggiungerlo. Tali persone organizzano spesso delle relazioni insicure o ambivalenti che determineranno una vera e propria “fame di oggetti” a cui legarsi. Tali oggetti costituiscono spesso una corretta rappresentazione degli ideali interni, residui dell’attaccamento, che il soggetto vorrebbe raggiungere ma che, proprio in quanto ideali sono irraggiungibili. “Tali persone sono spesso dei fedeli impiegati che legano la propria vita a quella di un’altra persona, di un ideale oppure di un istituzione e poi ne restano intrappolati sviluppando un senso di depressione ed inadeguatezza” (Lago, 2002). Il problema è che questo ideale interno da raggiungere (Lago, 2006) ovvero l’erede del sistema attaccamento, come immagine idealizzata tirannica e sadica che il soggetto dovrebbe raggiungere, determina una serie di comportamenti autolesivi come lavorare al di sopra delle proprie possibilità, rispettare un certo ordine o fare le cose secondo una certa modalità, attaccarsi ad un altro giudicante a cui portare un risultato a tutti i costi ecc. Tale meccanismo determina due “costellazioni” (Tellenbach, 1975) in cui può trovarsi la personalità sopra menzionata . La prima è “l’inclusione”, in cui il soggetto rimane bloccato in una situazione che determina il suo equilibrio personale e da cui non riesce a svincolarsi come per esempio la relazione con un partner o la dipendenza da un ideale astratto ecc. L’altra costellazione è la “rimanenza” ossia il rimanere indietro rispetto a se stesso per essersi sobbarcato di compiti impossibili da raggiungere e quindi fonte di angosce e senso di fallimento. Tali persone riescono a mantenere il proprio equilibrio personale mantenendo il legame con gli oggetti ad ogni costo o legandosi ad un ideale astratto o a una personalità sadica che rappresenta alla perfezione il sadismo ed il criticismo del loro ideale interno (pensiamo a tutte le donne che scelgono un compagno che le svaluta). In questo “terreno fangoso” e di fronte ad una situazione che può mettere in crisi tale organizzazione patologica ma funzionale possono manifestarsi dei pensieri molto negativi per il soggetto che superano il senso di colpa sano precedentemente descritto. La personalità precedentemente menzionata riesce a funzionare bene fin quando mantiene un comportamento ligio, laborioso, adeguato coscienzioso ecc. Di solito, l’atteggiamento normativo e di soggezione all’ordine e all’autorità di queste persone (molto stimato in famiglia, nelle aziende e nei posti di lavoro, perché coscienzioso) riesce a controbilanciare il continuo senso di inadeguatezza e imperfezione indotto dal Super-io, per cui abbiamo una persona equilibrata nel continuo sforzo di adeguarsi all’ordine interno superegoico” (Lago, 2006). Questo equilibrio viene mantenuto fin quando il soggetto esperisce una perdita, un fallimento, la fine di un’attività lavorativa o di una relazione. In tale situazione non può più mantenere la dipendenza da un oggetto fisico e sperimenta tutta l’angoscia dovuta alla fine del legame. Oltre a questo la persona non riesce più a controbilanciare il clima di ricatto cui è sottoposto e in questo clima di angoscia dato dal costante tentativo di punirsi ed autoflaggelarsi può svilupparsi il senso di colpa patologica perché non ha alcun fondamento nella realtà. I sensi di colpa inducono a credere di essere causa di un male o di aver mancato a qualcosa o qualcuno. Nelle situazioni più gravi essi non nascono da un fatto o da un’azione reale (Callieri, 1982): come afferma Callieri “prima nasce il senso di colpa e poi il soggetto cerca un tema o un avvenimento esterno per cui può sperimentare il sentimento di colpa”. Il “senso di colpa” a differenza dei pensieri delle personalità più gravi procurano una sofferenza affettiva. Non è tanto il tema della colpa ad essere importante ma la struttura del vissuto di colpevolezza. I sensi di colpa possono partire dalla sensazione di aver commesso su se stessi qualcosa di irreparabile, di aver trascurato la propria salute. Il senso di colpa esistenziale è legato non all’aver fatto qualcosa ma all’essere o non essere qualcosa. Ricordiamo che non è centrale il tema della colpa bensì la struttura che genera il senso di colpa . Di fronte ad un evento di perdita si ha l’emergere di una grande sofferenza ma soprattutto la messa in atto di un’espiazione sadica e violenta. Questa è la migliore soluzione sperimentata dal soggetto da cui potrà svincolarsi solo portando alla luce il suo modo di funzionare ed il senso delle sue azioni per provare gradualmente a saggiarne di nuove. Spesso gettando luce su tali comportamenti si ha una sorta di illuminazione che porta il soggetto a cercare un nuovo modo di essere.

La prevenzione dei disagi adolescenziali

L’adolescenza è il momento della vita in cui la personalità prende forma: gradualmente si stabilizza il funzionamento psichico dell’individuo mostrando il livello evolutivo raggiunto ed il sistema difensivo articolato. Questo periodo può essere caratterizzato da tensioni elevate dovute alla ridefinizione di Sè, possono riemergere problematiche profonde la cui risoluzione comporta la possibilità di sprerimentare nuovi legami, di confrontarsi con l’altro sesso e con il gruppo di pari.

I cambiamenti a cui il ragazzo è sottoposto devono necessariamente integrarsi in una nuova unità psichica alla cui base giacciono i modelli relazionali precedentemente acquisiti.

La continua trasformazione cui il ragazzo è sottoposto può comportare un malessere psicologico che può manifestarsi sotto forma di oscillazioni dell’umore, rabbia, passaggi all’atto e via dicendo. Il limite tra “normale” e “patologico” può risultare molto labile data la criticità del momento.

Proprio perchè la personalità è in trasformazione,  l’intervento in adolescenza può prefigurarsi come un intervento di prevenzione secondaria.

Mentre la prevenzione primaria punta ad indentificare le cause di un disturbo, la prevenzione secondaria si focalizza sull’identificazione dei segni precoci di disagio che, in seguito ad ulteriori esperienze, potrebbero evolvere verso malesseri più seri. Un esempio di prevenzione secondaria in medicina è l’identificazione precoce del’HPV per  la prevenzione dei tumori dell’utero.

Dunque l’adolescenza è il momento per individuare primi segni di malessere che in seguito ad ulteriori esperienze potrebbero evolvere verso disagi più significativi. Cogliere questi segni è spesso complicato vista la criticità del momento, ma la loro persistenza e l’intensità con cui si presentano potrebbero costituire dei companelli d’allarme. Tra questi  segni spiccano: il ritiro sociale e l’isolamento intesi non come tendenza alla timidiezza, ma come difficoltà ad interagire con gli altri; una sorta di disinteresse per le relazioni sociali che porta il soggetto a passare il suo tempo quasi sempre da solo. Inoltre nelle prime fasi di un disagio psicologico i ragazzi possono apparire, demotivati, possono sembrare disinteressati a tutto o non avere obiettivi da raggiungere o non provare piacere nel fare le cose; possono apparire angosciati tanto da presentare difficoltà di attenzione e concentrazione con un possibile calo improvviso del rendimento scolastico. Manifestano, spesso, segni di tristezza o frequenti oscillazioni dell’umore con impulsività, irritabilità, aggressività. A volte possono manifestare una forte ansia tanto da presentare disturbi del sonno. Un ulteriore segno di malessere può essere la sospettosità o l’eccessivo interesse per tematiche astratte in assenza di capacità concrete. In queste fasi possiamo notare, inoltre, eccessive preoccupazioni somatiche o idee persistenti di essere malati. Non meno importante è l’uso/abuso di sostanze il cui effetto potrebbe “slatentizzare” un eventuale disagio sottostante. Cogliere questi segni e richiedere un intervento precoce potrebbe costituire un importante forma di prevenzione di disagi più seri.

Il disagio e la riduzione dell’affettività

Nel 1911 Bleuler parlò di un gruppo di patologie   caratterizzate da “sintomi fondamentali”, necessari alla diagnosi, ed “accessori” (Bleuler, 1911) ovvero presenti in alcune forme di disturbo ma non indispensabili alla diagnosi.  Secondo Bleuler assumeva un ruolo  centrale nel disturbo un gruppo di sintomi detti fondamentali tra cui l’autismo e l’appiattimento affettivo. Per parlare del disagio, ovvero,  era necessario che il soggetto fosse chiuso al mondo esterno,  incapace di creare relazioni intersoggettive con l’altro da Sè e che avesse ridotto al minimo la propria risposta emotiva nei confronti dell’ambiente. In questi soggetti,  quindi, troviamo spesso una sorta di indifferenza al mondo esterno ed una mancanza di risposta emotiva agli stimoli ambientali  detta “appiattimento affettivo”.

Tale condizione rappresenta il punto di partenza di tali disagi?

Correale  descrive il percorso verso il disagio come una lotta contro “l’inermità, l’impotenza e la passività”, un terrificante percorso, potremmo dire, drammatico e spaventoso, verso il disagio che condurrebbe, solo una volta superato una sorta di “punto di non ritorno”, alla “passività” ed “all’inerzia” (Correale, 2000).

Dunque l’anaffettività sarebbe solo il punto di arrivo della patologia preceduto da una lunga fase, una lotta angosciante, contro l’indifferenza.

Il momento che precede l’anaffettività potrebbe essere il momento proficuo per l’intervento, volto a prevenire l’instaurarsi di un disagio più importante sicuramente difficile da curare.

In tal senso ci sembra interessante citare quanto  evidenziato da Ping-Nie Pao rispetto all’emotività di alcuni soggetti. Quest’ultimo  (Pao, 1979) descrive l’indifferenza emotiva come un elemento utilizzato a scopo difensivo. Citando Bleuler considera indubbia la capacità di questi soggetti di produrre affetti e l’appiattimento come la “migliore soluzione possibile” all’angoscia: come ogni altra persona, dice Pao, il soggetto deve elaborare stimoli affettivi ed ambientali che possono in lui attivare desideri, rabbia o paure persecutorie o più in generale una condizione di angoscia che Pao definisce “panico organismico”. Volendo evitare la condizione di angoscia, egli utilizza l’indifferenza come unica o “migliore soluzione possibile” (Pao, 1979). In tal modo, riesce ad attenuare l’effetto degli stimoli esterni ed interni non appena li percepisce (ivi). La cronicità ed il passare del tempo giocherebbe un ruolo chiave nel consolidamento dell’indifferenza come  difesa, mentre nelle fasi acute questa non sarebbe ancora pienamente sviluppata, quindi il soggetto potrebbe ancora mostrare segni di labilità emotiva. Dunque, “l’appiattimento affettivo” (Bleuler, 1911) sarebbe, in linea con  questa teoria, un aspetto centrale nelle patologie croniche ma non ancora ben consolidato nelle fasi precedenti. In tal senso ci sembra interessante anche l’ipotesi di Grivois (Grivois, 1999), il quale descrive l’esordio della patologia  come un “debordare del tessuto emozionale preriflessivo e preverbale”  tanto che il soggetto “ne viene invaso e ne viene fatto esplodere fino ad allontanare la realtà” (ivi). La nascita del disagio, secondo lui, è un emergere di “emozioni-cognizioni” o di “tracce relazionali profonde” (memorie implicite) attivate da ulteriori relazioni. Secondo Grivois, il distacco del soggetto dal tessuto emotivo costituirebbe un aspetto già cronicizzato di quest’ultimo, indotto in parte dall’azione cronicizzante dei farmaci, in parte dall’aspetto relazionale della prescrizione che potrebbe corrispondere ad un messaggio di indisponibilità affettiva. Nonostante la posizione estrema, ci sembra interessante la prospettiva di un esordio caratterizzato dal “protomentale in eccesso” (Lago, 2006), che vede nel ritiro, nell’appiattimento affettivo e nella chiusura l’unica soluzione  possibile al dolore;  congruente con tale impostazione ci sembra anche la visione di Birchwood, il quale evidenzia come spesso quello che noi vediamo delle patologie è solo il risultato di un lungo percorso che non sempre conduce alla cronicità (Birchwood, 2005).

Dunque secondo queste ipotesi l’appiattimento affettivo e l’indifferenza sarebbero solo il punto di arrivo di una lunga lotta contro l’inermità e l’indifferenza. Le nuove linee di tendenza evidenziano che  anche nei disagi più gravi sarebbe possibile prevenire l’instaurarsi di disagio cronico intervenendo precocemente.

Quando il partner è ancora sbagliato

Sicuramente non capita di rado che,  individui alle prese con la ricerca del partner giusto,  inesorabilmente si trovino alle prese con storie tra loro molto simili che, quasi matematicamente, finiscono allo stesso modo. Un caso oppure siamo inclini a commettere sempre lo stesso errore? se proviamo a raccontare le storie di alcune persone potremmo tracciare delle trame costanti, dei comuni denominatori cosìcchèl alcune narrazioni sembrano proprio ripetersi infinite volte e a cambiare sono solo i personaggi. Ed ecco sentire la nostra amica che di nuovo ha trovato l’uomo dei suoi sogni: quello che la svaluta, la picchia, l’abbandona e la fa sentire una nullità oppure di nuovo dopo aver giurato più e più volte a noi stessi che non avremmo mai tradito la persona amata ci troviamo immersi in due o più relazioni che non riusciamo più a gestire. Freud la chiamava “coazione a ripetere” ovvero una tendenza innata dell’essere umano alla distruttività che porta le persone a mettere in atto comportamenti e modalità relazionali dolorose. Secondo altri nella coazione a ripetere c’è comunque uno sforzo di problem solving: ovvero il soggetto rivivendo un’esperienza dolorosa tenterebbe di cambiare il finale per superarla. Un modello esplicativo molto semplice deriva dalla toeria dell’attaccamento (Bowlby). Secondo Bowlby nelle persone esiste una tendenza innata a stabilire prima una prossimità fisica con l’altro ritenuto in grado di provvedere ai suoi bisogni (il caregiver) ed in seguito una vicinanza affettiva. Le interazione ripetute tra il  bambino ed il caregiver creerebbero degli stili di attaccamento ovvero delle modalità stabili di relazione.  Se ad empio la persona che si è presa cura di noi è anche quella che ci ha fatto del male,  potremmo sviluppare un’ambivalenza nella relaizone con l’altro: la vicinanza eccessiva sarebbe pericolosa perchè ci farebbe rivivere esperienze traumatiche ma l’allontanemento sarebbe allo stesso modo pericoloso perchè ci farebbe sprofondare in una terribile angoscia d’abbandono non avendo interiorizzato una relazione sicura con l’altro. Ne consegue che nelle relazioni non riusciremmo ad elaborare nè la separazione  nè l’avvicinamento e potremmo  costantemente trovarci alle prese con rapporti ambivalenti dove ci si lascia e ci si prende o dove ci si avvicina e ci si allontana senza riuscire a trovare mai la giusta distanza. Tali modalità di relazione o stili di attaccamento, vengono messi in atto in maniera inconsapevole perchè le prime esperienze relazionali sono iscritte nella memoria implicita o automatica. Ci ricordiamo come si cammina in maniera automatica senza bisogno di portare alla coscienza i singoli movimenti dei piedi. Allo stesso modo stiamo in relazione alle persone senza portare alla coscienza perchè ci allontaniamo o ci avviciniamo, perchè giochiamo sempre il ruolo del o della “crocerossina”, perchè ci chiudiamo e via dicendo. Lo facciamo in maniera inconsapevole proprio come camminiamo o andiamo in bicicletta. Talvolta queste modalità sono disfunzionali per la nostra crescita psicologica. Per correggerle dovremmo cercare di portarle alla coscienza e poi sperimentare altri modi, proprio come si fa quando si è appreso un movimento in maniera errata e si tenta di modificarlo.  Quando scegliamo il parner sbagliato e la storia sembra proprio sempre la stessa, forse il nostro inconscio ci sta facendo uno scherzetto e stiamo ancora mettendo in atto quel ” movimento” che abbiamo appreso  e che sappiamo fare bene. Il primo passo è vedere cosa si cela sotto la superficie!!!

Quando le ossessioni diventano una prigione

Può capitare a molti di essere ossessionati da pensieri che sembrano proprio non voler abbandonare la testa. Spesso si tratta di piccole ossessioni quotidiane ma a volte possono diventare delle verie e proprie prigioni che impediscono alla persona di vivere la propria vita. Le ossessioni sono idee o pensieri ricorrenti, spesso non sintoniche con il Sè, ovvero il soggetto le riconosce come “strane”  “irrazionali” e vorrebbe a tutti i costi liberarsene ma spesso più cerca di farlo e più tali idee si ripetono nella sua sua testa inducendolo a compiere azioni ripetitive e compulsive da cui proprio non riesce a liberarsi. Nei casi più gravi il soggetto può passare intere giornate a ripetere una stessa azione come lavarsi le mani per liberarsi dal pensiero ossessivo che le mani sono sporche; oppure trascorrere intere giornate ad appendere un cappotto ad un attacapanni perchè le pieghe sono sempre troppe e bisogna toglierle. Tutti noi possiamo avere delle piccole ossessioni quotidiane come tentare di andare a letto sempre alla stessa ora o chiudere la porta di casa con più mandate, controllare più volte che il gas sia chiuso prima di uscire di casa,  ma quando le ossessioni sostituiscono le normali attività quotidiane la cosa può diventare davvero invalidante: non si riesce ad uscire dalla doccia perchè non si è mai abbastanza puliti o non si esce di casa,  perchè non si è mai sufficientemente asciutti, perchè forse si deve ancora andare in bagno e perchè le chiavi forse non sono state messe in borsa e allora bisogna controllare di nuovo e poi di nuovo ancora. Spesso chi vive con una persona con disturbo ossessivo-compulsivo sollecita il soggetto a chiudere l’attività per andare via oppure tenta di spiegare in maniera razionale che le chiavi sono in borsa e che si può uscire ma la cosa sortisce, nella maggior parte dei casi, l’effetto opposto. Bisogna entrare nell’ottica che le ossessioni e le compulsioni non dipendono dalla volontà cosciente del soggetto e che, probabilmente, se la persona fosse in grado di smettere lo avrebbe già fatto!!! il primo a sentirsi imprigionato dalle proprie compulsioni è il soggetto stesso che vorrebbe tanto uscire di casa per andare a lavoro o a scuola ma proprio non ce la fa perchè, nonostante si sia lavato più e più volte non riesce a smettere di pensare di essere ancora sporco e qualcosa dentro di lui lo spinge a continuare a lavarsi. Un vero incubo per la persona che lo vive!!!

Il disturbo ossessivo compulsivo spesso è solo la punta di un iceberg che nasconde sotto di sè problematiche diverse. Per individuare il trattamento più adatto è necessario effettuare una valutazione diagnostica puntuale per evidenziare la tipologia di personalità sottostante i sintomi. La popolazione di soggetti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo può essere, infatti, molto eterogenea e richieder pertanto trattamenti diversi. Nel frattempo è importante non pretendere dalla persona affetta da disturbo ossessivo compulsivo o da se stessi di smettere con le compulsioni perchè spesso tale imposizione genera un’ansia che la persona tenta di tenere sotto controllo attraverso ulteriori compulsioni. Quando le ossessioni diventano una prigione è importante richiedere una consulenza da uno specialista.

Funzione riflessiva e psicopatologia

Nella storia di persone affette da problematiche della  personalità troviamo spesso esperienze traumatiche infantili. Tali esperienze, spesso,  mediano un attaccemento non sicuro o disorganizzato verso il caregiver. Secondo alcune ricerche condotte da Fonagy e collaboartori appare fondamentale, al fine di una mancato sviluppo della capacità di elaborare l’esperienza, l’assenza di una sola figura di attaccamento (di un solo genitore) in grado di rendere possibile lo sviluppo della funzione riflessiva. La funzione riflessiva corrisponde, secondo Fonagy, alla capacità di leggere la mente altrui e di derivare lo stato del Sè dalla percezione dello stato mentale dell’altro da Sè. Pensare al funzionamento della mente dell’altro e alla presenza dentro di lui di pensieri, emozioni, bisogni ecc, corrisponde alla capacità di riflettere sul Sè e sull’altro, capacità che può costituire un fattore protettivo in caso di esperienze traumatiche. Secondo Fonagy, infatti, i bambini che hanno subito esperienze negative potrebbero superare tali eserienze se in grado di contare su una  “relazione sicura” e su un genitore con buona funzione riflessiva, funzione che permetterebbe  l’elaborazione delle espeirienze traumatiche. Secondo Fonagy la funzione riflessiva dei genitori è correlata allo sviluppo della funzione riflessiva nei figli.

L’esigua capacità riflessiva in alcuni soggetti potrebbe determinare, invece, un eccesso di emotività la quale non verrebbe trasformata in immagini stabili e coerenti di Sè e dell’altro.   Anche l’esperienza traumatica permarrebbe nella memoria implicita senza la possibilità di elaborare un’ immagine dell’altro coerente con la realtà.

Ne  conseguirebbe  la formazione di immagini mentali scisse e non integrate con il livello emotivo-affettivo sottostante: l’altro da Sè sarà considerato in alcuni momenti “completamente buono”, in altri “completamente cattivo” e ciò potrebbe essere alla base di ripetuti passaggi dall’idealizzazione alla svalutazione.

L’assenza di mentalizzazione, inoltre, o l’incapacità di pensare al Sè e all’altro, potrebbe genereare in alcuni soggetto  frequenti  passaggi all’atto : l’emozione, infatti,  non potrebbe  essere sentita e verbalizzata ma solo vissuta mediante il corpo o agita; sarebbe  sufficiente un’esperienza negativa o un abbandono immaginario per  richiamare esperienze registrate nella memoria implicita e far scattare il corto-circuito emozionale. Ne conseguirebbe una reazione abnorme di fronte all’evento o un immediato passaggio all’atto.

In soggetti che hanno subito traumi, spesso anche l’esperienza del, sè è legalta al qui ed ora. Tali soggetti, infatti, non raggiungerebbero  il Sé autobiografico completo ma spesso una coscienza transitoria del Sé. A volte in queste persone troviamo la tendenza a “sentire” per “esserci” che spiegherebbe la messa in atto di  comportamenti a rischio e le tendenze autolesive.

La possibilità di mentalizzare un’esperienza traumatica costituisce, quindi,  un importante fattore protettivo per lo sviluppo di disturbi gravi della personalità. Ne consegue la possibilità di utilizzare la relazione di attaccamento e la funzione riflessiva sia come strumento di prevenzione nei soggetti che hanno subito traumi o abusi, sia come strumento terapeutico.

La psicoterapia ed il patrimonio genetico

La psicoterpia, come ogni forma di intervento, non sempre ha succcesso. I fattori che incidono sui risultati sono diversi come ad esempio l’organizzazione di personalità del paziente, la sua tendenza a fare legami, la sua motivazione, la personalità e la bravura del terapeuta. Oggi sembrerebbe che ad influenzare i risultati di una psicoterapia sarebbero anche i geni. A dirlo è il gruppo di John Kelsoe all’università di California a San Diego che ha seguito sessantacinque volontari alcuni trattati con antidepressivi seguiti in psicoterapia per 16 settimane e sottoposti all’esame del DNA. I geni responsabili dell’efficacia della psicoterapia sarebbero due: l’NTRK2 ed il HTR2A. I pazienti con due copie di uno o dell’altra variante di questi geni sembrerebbero trarre maggiore beneficio dalla psicoterapia. Ovviamente si aspettano ulteriori studi per verificare questo primo risultato.

Il contagio emotivo e i neuroni specchio

E’ molto facile che in un gruppo di persone le emozioni si propaghino come se si potesse esserne contagiati. Questo spiega alcuni fenomeni sociali che portano gli individui ad allorntanare attivamente o passivamente chi “emana emozioni dolorose”. Pensiamo  a quando i malati mentali venivano torturati o costretti ai margini della società quasi a voler annientare il dolore che potevano suscitare. Pensiamo a tutte le volte in cui i ragazzi un po’ ansiosi ed insicuri vengono bullizzati  o quando un “diverso” viene picchiato. Questi sono situazioni estreme con cui si cerca di distruggere lo stimolo che procura il vissuto di dolore, ma ci sono moltissimi esempi nel quotidiano di tutti noi che ci inducono a pensare che l’emozione dell’altro possa essere rispecchiata dentro di noi tanto da doverla allontare quando dolorosa. I responsabili? i neuroni specchio ovvero dei neurono localizzati nella corteccia frontale solitamente implicati nella preparazione di un movimento. Quando qualcuno compie un’azione, un gesto o esprime un emozione,  si attivano dei neuroni nella nostra corteccia frontale come se dovessimo imitarlo. I neuroni specchio sono responsabili dell’imitazione delle emozioni dell’altro o dell’imitazione dei gesti. Grazie ai neuroni specchio i bambini imparano rapidamente il linguaggio o a compiere dei movimenti. I neuroni specchio sarebbero responsabili del contagio emotivo e di alcuni fenomeni di massa come la violenza nelgi stadi. Fortunatamente il sistema nervoso è fortemente complesso ed include neuroni eccitatori ed inibitori meno soggetti ad una cieca imitazione. Il nostro comportamento non è quindi una pura riproduzione delle condotte altrui ma è importante sapere che esistono meccanismi estremamente primoridali alla base di alcuni comportamenti.

Come condurre un gruppo di lavoro

La problematica di come condurre un gruppo capace di raggiungere i propri obiettivi, riguarda moltissimi  professionisti anche diversi tra loro. Gli insegnanti, ad esempio, si trovano giornalmente alle prese con i livelli emotivi di classi la cui  “eccitabilità” e “distraibilità” comporta una difficoltà di apprendimento. Anche per un manager  condurre un gruppo può risultare “difficoltoso”: quando la leadership è eccesivamente autoritaria, ad esempio, si possono riscontrare tensioni elevate, la tendenza a cercare un capro-espiatorio o  la scarsa collaborazione ecc. Quando la leadership è troppo democratica il gruppo può risultare incapace di raggiungere i propri obiettivi, spesso si paralizza in discussioni sterili o  si suddivide in sottogruppi. Il problema del rapporto tra individuo e gruppo appare ancora più eclatante quando si considerano alcuni fenomeni storici: che cosa era successo agli individui durante il Nazismo? i Nazisti erano tutti psicopatici oppure la forza del gruppo era così forte da annientare totalmente la volontà dei singoli privandoli del proprio pensiero critico? uno psicoanalista dal nome Bion ha cercato di fornire una spiegazione ai fenomeni gruppali sottolineando come, all’interno del gruppo, l’emotività tende ad aumentare in maniera esponenziale sottoponendo i partecipanti ad una pressione notevole. Il gruppo non è la somma dei suoi elementi ma qualcosa di più. E’ come se mettessimo insieme diversi elementi chimici: questi sarebbero portati ad interagire tra loro dando luogo a qualcosa che è diverso dalla loro somma.

In gruppo il livello di emotività tende ad aumentare, di conseguenza è necessario che venga fatto un enorme sforzo e dal singolo per resistere alla pressione di gruppo, e dal gruppo per elaborare le esperienze emotive che avvengono al suo interno. Pensiamo a quanta fatica facciamo ogni volta che dobbiamo opporci ad un gruppo omogeneo per idee e valori che sono totalmente discordanti dalle nostre. Pensiamo anche alla fatica che facciamo a non irritarci se immersi in una discussione dai toni elevati senza poterne capire il motivo.

Gestire questa emotività gruppale per portare a termine degli obiettivi di lavoro è cosa talvolta complicata: pensiamo a tutte le volte in cui durante le riunioni di condominio non si discutono i punti all’ordine del giorno perchè ci si paralizza in discussioni sterili. In quel caso l’emotività prende il sopravvento e non si riesce ad elaborarla. Gli adolescenti, spesso, per paura di essere giudicati all’interno di un gruppo tendono a canalizzare la loro aggressività verso un sottogruppo e diventa difficile per l’insegnante riuscire a lavorare. Il capo di un’azienda può avere difficoltà a gestire un gruppo ostile nei suoi confronti oppure totalmente dipendente da lui ed incapace di lavorare in sua assenza.  Ancora più complesso è poi il fenomeno della setta dove il gruppo viene considerato un’isola felice al cui esterno c’è un mondo crudele. Tutti questi sono esempi in cui il gruppo non è riuscito a “mentalizzare” le esperienze emotive presenti al suo interno generando un’incapacità di raggiungere i suoi obiettivi. Dunque il lavoro di gruppo implica la capacità di capire i fenomeni che avvengono al proprio interno.

Esistono comunque delle piccole strategie per trasformare un gruppo in un gruppo di lavoro (Bion). Innanzitutto definire un insieme di obiettivi comuni. E’ molto difficile riuscire ad indirizzare il gruppo verso un lavoro se gli obiettivi sono astratti o  non sono stati condivisi. Il lavoro con gli adolescenti a volte sembra complicato  perchè non c’è alcuna condivisione di uno scopo comune. Una squadra di pallone funziona bene perchè  tutti i membri sanno che sono lì per fare gol e tutti devono lavorare per questo.

Un secondo aspetto fondamentale è la definizione di ruoli: se ogni membro sente di avere uno spazio ovvero un posto per raggiungere lo scopo comune allora molto probabilmente sarà collaborativo con gli altri. E’ importante che il proprio ruolo sia valorizzato e riconosciuto dagli altri e che si senta il suo peso per raggiungere l’obiettivo comune,

In tezo ruolo bosogna stabilire un sistema di regole e norme condivise che possa facilitare il raggiungimento degli obiettivi. E’ importante che queste norme siano vissute dai partecpianti come necessarie per raggiungere lo scopo altrimenti difficilmente verranno riconsciute e rispettate.

Nel gruppo è fondamentale, infine, facilitare la creazione di uno spazio in cui si può parlare senza essere giudicati. Questo facillita il confronto aperto e la discussione libera.

Infine in tutti i  gruppi di lavoro è importante favorire una cultura della diversità in modo che le differenze creino un arricchimento del gruppo.